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Pubblicato il 29 Marzo 2025
Applaudito spettacolo nel Teatro Sociale di Rovigo di un allestimento storico di Bepi Morassi
L'elisir col bis della lagrima
intervento di Athos Tromboni
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ROVIGO - La provincia, si dice, potrebbe salvare il mondo dell'Opera. E riproporre il ritorno ad una teatralizzazione del genere fuori da psicodrammi inventati e fughe oniristiche dentro la provocazione, ridonando alla drammaturgia di un genere da museo (l'Opera, appunto, genere da museo ma vivente e vivace) la propria incontestabile significanza. La provincia, si dice, rappresenta la stragrande maggioranza del popolo dei melomani - chi considerasse dispregiativo questo sostantivo (melomani), oppure termine offensivo, o anche attributo di una categoria di "care salme" invaghite di acuti svettanti oltre il do di petto, è preda di sussieghi irritanti - e per questa verità statistica si può dire che la provincia è il campione rappresentativo dell'universo: se ciò è vero (ed è vero), il Teatro Sociale di Rovigo o il Luglio Musicale Trapanese, così come il Teatro Sociale di Como o il Teatro Pergolesi di Jesi, e tanti altri piccoli teatri, analizzati nella reazione del pubblico ad un allestimento operistico, valgono quanto i grandi templi della lirica italiani e stranieri. Con la differenza che rappresentano - come provincia - la maggioranza degli amanti d'opera, che poi in definitiva sono quelli che contribuiscono a far vivere il genere da museo fuori del museo e dentro la vita quotidiana. Questo pensiero messo qui come prologo, è maturato ieri sera durante la recita di L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti andato in scena a Rovigo, in un teatro gremito in ogni ordine di posti e a lungo acclamante a tutto il cast e al regista alla fine dello spettacolo. Ed è stata una testimonianza che l'Opera - quando messa in scena nella sua essenziale veridicità - tocca più che mai il sentimento della gente.
  
  

Sì, perché l'Opera non è solo l'esercizio di un'attività culturale, ma anche àmbito di passione popolare. In ogni tempo e in ogni luogo; in ogni regime e in ogni democrazia; in ogni ambiente dove essa prende forma (teatro, cinema, radio, televisione, streaming internet, eccetera) fin da quando è stata "inventata". Ma a teatro soprattutto conserva (deve conservare) il proprio àmbito di passione popolare, incoraggiando il pubblico, anziché scoraggiarlo con elzeviri registici che ne stravolgono i contenuti quando tollerano - sì, tollerano, è la parola giusta - la musica, ma snaturano la narrazione che inscindibilmente le appartiene. E adesso parliamo di questo Elisir rodigino che ha mandato in solluchero il pubblico: era un allestimento storico del regista Bepi Morassi, ideato per il Teatro La Fenice di Venezia nel 2003, poi rinnovato con alcuni "innesti scenici" originali nel 2010, come ha tenuto a precisare Morassi nella presentazione dello spettacolo fatta nel Ridotto del Sociale un'ora prima dell'andata in scena. Un allestimento che ha conservato costumi storici, anche se di fantasia, realizzati da Gianmaurizio Fercioni: forse non era l'ambiente agreste del Settecento come nel libretto di Felice Romani mutuato dal lavoro francese Le Philtre di Eugéne Scribe musicato da Daniel Auber un anno prima di Donizetti. Ma comunque suggeriva un ambiente civile da villagio di campagna e un ambiente militare Sette-ottocentesco.


Le scenografie erano sobrie ed essenziali, e mostravano di tanto in tanto fondali dipinti ripresi e rifatti secondo l'allestimento originale del Teatro Cannobiana di Milano quando L'elisir d'amore andò in scena in prima esecuzione assoluta nel 1832 (Gaetano Donizetti aveva allora 35 anni). Le luci appropriate di Andrea Benetello hanno contribuito alla suggestione scenica in maniera eccellente. I movimenti coreografici di Barbara Pessina hanno dato quella vivacità che è propria della commedia dell'arte e della migliore operetta tradizionale. Insomma, uno spettacolo godibile, fresco, in tema con il soggetto dell'opera, così spesso divertente e comico, e altrettanto sentimentale e (per dirla alla francese) larmoyante. In questa cornice ideale i cantanti, tutti, hanno dato il meglio di loro: a cominciare dal tenore Liparit Avetisyan (Nemorino) che è risultato un eccellente attore, un altrettanto eccellente caratterista, e soprattutto un tenore belcantista che sa svettare nella zona dell'acuto e del superacuto senza stimbrare e senza stonare. Strepitosa la sua interpretazione del personaggio principale dell'opera, tanto che a furor di popolo ha dovuto bissare l'aria della "Furtiva lagrima". Non da meno del tenore è stata la brava Giulia Mazzola (Adina) che si è rivelata una belcantista d'elezione, oltre che scenicamente vivace e credibile. Tutta la sua prestazione è degna di elogio, ma soprattutto va messo in evidenza il canto sfoggiato per l'aria "Prendi per me sei libero" e per la prosecuzione dell'aria in "Ah! fu con te verace" dove il finale si inerpica in una sfolgorante serie di vocalizzi - quasi un sillabato - sulla frase "il mio rigor dimentica" vera vetta del virtuosismo sopranile di tutti i tempi: la Mazzola è stata superba, ovviamente subissata da applausi e ovazioni del pubblico a scena aperta. Ottimo il Belcore del baritono William Hernandez voce possente e scura che nel tempo, con la pratica e negli anni a venire, sfocerà sicuramente nei registri di basso drammatico, perché la voce si presta e anche il fisico si presta. Vivace scenicamente e molto musicale il canto di Matteo Torcaso chiamato ventiquattr'ore prima della recita a sostituire l'annunciato Daniel Giulianini ammalatosi: Torcaso è un basso cantante dal colore chiaro, che ha mostrato di potersi adattare bene per i ruoli di carattere (Don Bartolo, Don Basilio, Don Pasquale, forse anche Falstaff): da belcantista, appunto, con una vocalità che a nostro giudizio non sfocerà mai nel drammatico come abbiamo pronosticato per il suo collega Hernandez. Infine last but not least la giovane Judith Maria Duerr vocione sopranile importante e da coltivare, che ha dato alla figurina di Giannetta il piglio di personaggio non di fianco ma da protagonista delle scene che la riguardano; anche per lei un pronostico: in carriera sarà Tosca e Aida... e chi vivrà vedrà.



Bravo il Coro Lirico Veneto preparato da Matteo Valbusa. E ben gestiti dal regista Bepi Morassi anche i figuranti e mimi che di tanto in tanto invadevano il palcoscenico contribuendo all'effetto di gioiosità che ha pervaso tutta la messinscena. Ottima la concertazione del maestro Gerardo Felisatti genius loci (è di Rovigo) sul podio di una brava Orchestra Regionale Filarmonia Veneta. Pubblico, come si diceva, in visibilio, grazie a Donizetti e ... (consentiteci) a Bepi Morassi... Replica domani, 30 marzo, ore 16. (la recensione si riferisce alla recita di venerdì 28 marzo 2025)
Crediti fotografici: Nicola Boschetti e Loris Saviero per il Teatro Sociale di Rovigo Nella miniatura in alto: il direttore Gerardo Felisatti Al centro, in sequenza: Liparit Averisyan (Nemorino); Giulia Mazzola (Adina) con Liparit Averisyan; Judith Maria Duerr (Giannetta); Matteo Torcaso (Dulcamara) con Giulia Mazzola; ancora Matteo Torcaso; William Hernandez (Belcore); panoramica su scene e costumi Sotto: altre panoramiche sull'allestimento e la foto-ricordo del cast a fine recita
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Pubblicato il 10 Marzo 2025
Il Carlo Felice di Genova riallestisce uno spettacolo collaudato di Michieletto ma...
Falstaff pių malinconico che buffo
intervento di Simone Tomei
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GENOVA - Una stagione florida e ricca di successi prosegue al Teatro Carlo Felice, che aggiunge un ulteriore trionfo al suo cartellone con Falstaff di Giuseppe Verdi. Il teatro, con il suo consueto impegno e dedizione, ha offerto una produzione che ha conquistato il pubblico, confermandosi ancora una volta un faro del panorama operistico italiano. Un altro importante capitolo in una stagione all'insegna della qualità e dell'eccellenza artistica per il quale non mi esimerò dall’esprimere il mio parere. Lo spettacolo firmato da Damiano Michieletto colpisce per la sua bellezza visiva e la cura dei dettagli scenici. In questa produzione la regia datata 2018 è stata ripresa da Andrea Bernard, le scene sono di Paolo Fantin, i costumi di Carla Teti, le luci di Alessandro Carletti e i video di rocafilm Filmproduktion. Ambientato non nel luogo britannico del libretto, ma nella Casa di riposo per musicisti di Milano, voluta da Giuseppe Verdi, lo spettacolo si distingue per eccellenti soluzioni registiche, interpretazioni solide degli artisti, un uso sapiente di luci e colori, e una regia che riesce a creare momenti di grande impatto visivo ed emotivo. Nell'ambito del teatro di prosa questa messinscena avrebbe sicuramente riscosso un grande successo, ma se viene applicata a Falstaff, ultimo capolavoro di Verdi, emergono alcune perplessità. La leggerezza e la godibilità della regia sono innegabili, ma ciò che manca è un vero legame con l'opera verdiana. Quello di Michieletto appare come un libero racconto che in alcuni punti si interseca con il testo di Arrigo Boito, ma che nella sua quasi totalità si muove in una direzione completamente autonoma, dove l'opera diventa un mero pretesto per una narrazione altra. La scelta di ambientare l’opera nella Casa di Riposo per Musicisti Giuseppe Verdi di Milano aggiunge un elemento nostalgico e riflessivo, ma allo stesso tempo stravolge la natura comica e vitale del Falstaff, imponendo una visione malinconica che poco ha a che fare con lo spirito originale dell’opera. L’operazione è ancor più problematica se si considera la genesi di Falstaff: Giuseppe Verdi, dopo una lunga carriera segnata da capolavori tragici, accettò con riluttanza la proposta di Boito di cimentarsi in una commedia musicale, spinto dal desiderio di chiudere la sua produzione operistica con un'opera che fosse un’esplosione di ironia e leggerezza. La musica di Falstaff rappresenta un unicum nel panorama dell’opera italiana: brillante, fluida, capace di fondere il comico e il lirico senza soluzione di continuità. La sua struttura innovativa, l'uso della parola in simbiosi perfetta con la musica e l’orchestrazione sofisticata rendono questa partitura un capolavoro di equilibrio tra tecnica e ispirazione teatrale.
  
  
La decisione di Verdi di affrontare il comico dopo una carriera dedicata prevalentemente al tragico non fu casuale: rappresentava la chiusura di un cerchio, un congedo in cui il Maestro sembrava voler ridere della vita dopo averne raccontato il dolore. Il Falstaff di Verdi non è semplicemente un’opera buffa, ma una riflessione profonda sull’esistenza, sull’illusione e sulla realtà, sulla caducità dell’uomo. La celebre fuga finale "Tutto nel mondo è burla" non è solo un momento di esilarante coralità, ma un sigillo filosofico che Verdi pone a conclusione della sua straordinaria carriera. Tuttavia lo spettacolo di Michieletto sembra tradire questa essenza. Privato della musica, lo spettacolo funziona perfettamente come un viaggio onirico nella mente di un ospite della Casa di riposo, un uomo che rievoca il proprio passato attraverso immagini e suggestioni. Ma quando si sovrappone la partitura verdiana e si tenta di attribuire a questo protagonista il ruolo di Falstaff, il risultato è un cortocircuito. Il personaggio shakespeariano perde coerenza e la narrazione diventa poco intellegibile, generando più confusione che chiarezza. Inoltre l'enfasi sulla malinconia e sul rimpianto stride con la vivacità e l’umorismo che Verdi e Boito avevano concepito per questo capolavoro. Un punto di particolare incongruenza riguarda la caratterizzazione di Falstaff. Nel libretto di Boito il cavaliere è un uomo sfrontato, ironico e vitalissimo, un personaggio che si prende gioco del mondo e di se stesso. La sua esuberanza si esprime chiaramente in passaggi come "L’onore! Ladri!" e "Quand’ero paggio", momenti in cui emerge tutta la sua spavalderia e il suo rifiuto delle convenzioni. Nella lettura di Michieletto, invece, Falstaff diventa un uomo anziano ripiegato su se stesso, un reduce del passato più che un personaggio attivo e scaltro. Questo ribaltamento del senso originale dell’opera si avverte in modo particolarmente evidente nella scena della burla finale: nella versione verdiana Falstaff è vittima di una beffa ma mantiene una certa dignità e ne esce con ironica consapevolezza; nella messinscena di Michieletto, invece, il personaggio appare quasi smarrito, appesantendo il tono di una scena che dovrebbe essere il trionfo dell’ilarità. Anche la figura di Ford subisce un’alterazione significativa. Nel libretto il suo monologo "È sogno o realtà?" è uno dei momenti più intensi dell’opera, in cui il personaggio esplode in un acceso furore che sfocia poi in un comico eccesso di sospetto. Questo slancio drammaturgico è funzionale a creare tensione prima della grande rivelazione finale. In questo contesto il senso di questa scena si diluisce, perdendo la sua funzione dinamica e trasformandosi in un episodio che si inserisce con difficoltà nella narrazione più ampia.



Se in un altro contesto lo spettacolo di Michieletto potrebbe essere considerato un’operazione teatrale valida, applicarlo a Falstaff significa ignorare il senso profondo dell’opera e la sua portata innovativa. L’orchestrazione verdiana, con la sua leggerezza e le sue raffinatezze timbriche, non è un semplice accompagnamento, ma una vera e propria protagonista della narrazione. Lo spettacolo di Michieletto sembra non cogliere questo aspetto e, nel tentativo di raccontare una storia alternativa, finisce per allontanarsi irrimediabilmente dall’opera originale. Senza questa distinzione la messinscena risulta disorientante e priva di una logica drammaturgica che renda giustizia all’opera originale. Con questa consapevolezza, invece, si può apprezzare lo spettacolo per ciò che è: una creazione scenica affascinante, complessa e ben congegnata, ma che si muove su binari paralleli rispetto al Falstaff di Verdi, senza mai realmente incontrarlo. Questo ci porta a una riflessione più ampia sulla modernizzazione dell’opera lirica: se è vero che il teatro musicale necessita di essere riletto per rimanere vivo, è altrettanto vero che una reinterpretazione che snaturi completamente il senso dell’opera finisce per renderla un’altra cosa, separata dalla sua essenza originaria. E in questo caso il Falstaff “di Michieletto”, a mio avviso, è più un sogno personale che una vera e propria riproposizione dell’ultimo straordinario capolavoro verdiano. Mi scuserete per questa lunga dissertazione ma ne sentivo l'esigenza; adesso veniamo alla musica partendo dal cast. Ambrogio Maestri, uno degli interpreti di riferimento per il ruolo di Sir John Falstaff, si conferma un maestro assoluto della scena, capace di portare ogni sfumatura e inflessione del celebre personaggio sul palcoscenico. La sua esperienza nelle oltre 400 repliche lo rende un Falstaff per antonomasia, con una comprensione profonda del ruolo che traspare sia dalla sua presenza scenica che dall’interpretazione attoriale. Ogni movimento e ogni gesto sono impeccabili, studiati con maestria, mostrando un controllo totale della scena. Sebbene la sua performance vocale non raggiunga sempre i picchi di un tempo, con qualche difficoltà nelle regioni acute e una voce che talvolta appare affaticata, la sua grande esperienza maschera queste imperfezioni. La finezza del fraseggio e l’intelligenza musicale di Maestri continuano a brillare, restituendo al personaggio ogni sua sfumatura, e nonostante le difficoltà vocali la sua interpretazione rimane uno dei punti cardine di questa produzione. Il pubblico gli ha giustamente tributato un'ovazione, riconoscendo il valore inestimabile della sua arte e della sua figura iconica.


Accanto a lui, il cast ha visto delle performance altrettanto degne di nota che hanno arricchito l’allestimento. Erika Grimaldi, nel ruolo di Alice Ford, ha incantato per la sua vocalità omogenea e ben timbrata. La voce, solida e ben proiettata, ha saputo caratterizzare il personaggio con grande naturalezza e profondità, sfumando i momenti di passione e quelli di gelosia con grande eleganza senza mai tralasciare l’aspetto “comico-vendicativo”. Anche la Nannetta di Caterina Sala si è distinta per una voce nitida e cristallina, capace di esprimere con grazia e sincerità i momenti romantici dell’opera. La sua interpretazione dell'aria delle fate "Sul fil d'un soffio etesio" si è rivelata un autentico momento di grazia, in cui Sala ha infuso al personaggio una delicatezza unica, rendendo il suo canto dolce ma ricco di passione. Sul palco ha saputo mantenere una raffinatezza costante, bilanciando con precisione l’espressione vocale e quella attoriale senza mai risultare sopra le righe, ma esaltando con semplicità e bellezza la sua performance. Sara Mingardo, nei panni di Mrs. Quickly, si è espressa con precisione vocale, pur mostrando una certa riserva di mordente che l'ha resa meno incisiva rispetto agli altri ruoli. Tuttavia la presenza scenica ha contribuito a donare ironia, eleganza e maestria al personaggio. Paola Gardina, nei panni di Mrs. Meg Page, ha messo in luce una voce sempre presente, ben amalgamata con le altre interpreti femminili, e perfettamente in linea con il carattere vivace e spumeggiante del personaggio. La sua interpretazione è stata energica e brillante, con ars scenica atta a contribuire in modo significativo al dinamismo dell’intero cast, conferendo al ruolo una vitalità che si è ben integrata nel contesto dell’opera. Sul versante maschile, Ernesto Petti si è imposto con un Ford sicuro e spavaldo, sostenuto da una voce solida e ben proiettata. La sua interpretazione ha colto con efficacia la dualità del personaggio, alternando con naturalezza esplosioni di gelosia a momenti di vulnerabilità e riflessione, il tutto con grande intensità vocale. Anche la presenza scenica si è rivelata incisiva, atta a valorizzare la tensione emotiva del ruolo senza eccessi. Galeano Salas, (Fenton), ha interpretato il giovane innamorato con grande passione, freschezza e spontaneità. La sua voce morbida e ben proiettata ha dato vita a un personaggio vibrante, sincero e pieno di speranza, capace di emozionare con la sua dolcezza e il suo ardore giovanile. Ha saputo rendere gli impeti amorosi di Fenton con un fraseggio musicale delicato ma sempre intenso, esprimendo la purezza dell’amore senza forzature, e regalando una performance che ha arricchito l'opera con una nota di freschezza. Le interpretazioni di Blagoj Nacoski (Dottor Caius), Oronzo D’Urso (Bardolfo) e Luciano Leoni (Pistola) hanno contribuito in modo significativo al successo dell'allestimento, aggiungendo ulteriore spessore a un cast già di alto livello. Blagoj Nacoski si distingue per la sua eccellente musicalità e per doti attoriali di grande naturalezza, che gli permettono di restituire con finezza ogni sfumatura del goffo personaggio. Oronzo D’Urso colpisce per una voce tonante e squillante, perfettamente adatta al ruolo, mentre Luciano Leoni offre una vocalità da basso ben tornita che rende facilmente intellegibile la parola scenica, garantendo autorevolezza scenica e una solida presenza vocale. L’insieme di queste qualità ha reso il comparto dei caratteristi un vero punto di forza della produzione, valorizzando l’equilibrio complessivo dell’opera. Il coro, preparato e diretto dal M° Claudio Marino Moretti, pur non essendo il fulcro drammaturgico dell’opera, ha rappresentato un elemento di coesione, arricchendo l’amalgama musicale con precisione e vivacità, in perfetta sintonia con lo spirito verdiano. Il M° Jordi Bernàcer ha impresso a Falstaff di Giuseppe Verdi un carattere vivace e deciso, esaltando il ritmo e la brillantezza dell'opera. Nonostante alcuni iniziali disallineamenti tra orchestra e palcoscenico nel primo atto, la narrazione musicale è divenuta progressivamente più fluida, raggiungendo una coesione sicura. Bernàcer ha saputo trovare un equilibrio nelle dinamiche e nei tempi, attribuendo all'orchestra il ruolo dialogante che Verdi stesso aveva concepito: un interlocutore che commenta, imita e talvolta deride i personaggi con toni quasi caricaturali. Questa visione orchestrale rispecchia l'intento del compositore, che in una lettera all'editore Giulio Ricordi esprimeva il desiderio di rappresentare Falstaff in un ambiente più raccolto, lontano dalla vastità del Teatro alla Scala: «... Ho scritto per piacer mio e per conto mio, e credo che invece della Scala bisognerebbe rappresentarlo a Sant'Agata.» Bernàcer ha saputo creare sonorità efficacemente misurate, dando il giusto rilievo agli strumenti a fiato, protagonisti in diversi momenti solistici, mantenendo al contempo il controllo dell'intero ensemble. La scelta di tempi appropriati e l'attenzione alle dinamiche hanno permesso di evidenziare la leggerezza e l'ironia proprie di Falstaff, confermando la capacità di Bernàcer di rispettare la tradizione verdiana pur apportando una personale sensibilità interpretativa. Pregevoli gli interventi del Balletto Fondazione Formazione Danza e Spettacolo “For Dance” ETS.


Il saluto del pubblico a questo capolavoro si è tradotto in un’ovazione incondizionata verso tutti i protagonisti. Sono uscito da teatro pensando alle parole di Giuseppe Verdi quando scriveva a Giorgio Monaldi il 3 dicembre del 1890: «… Sono quarant'anni che desidero scrivere un'opera comica, e sono cinquant'anni che conosco Le allegre comari di Windsor; pure... i soliti ma, che sono dappertutto, si opponevano a far pago questo mio desiderio. Ora Boito ha sciolto tutti i ma… io mi diverto a farne la musica; senza progetti di sorta, e non so nemmeno se finirò... Ripeto: mi diverto.» E meno male che è riuscito a finire ed è riuscito nel suo intento: divertirsi e divertire. (La recensione si riferisce alla recita di domenica 9 marzo 2025)
Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Carlo Felice di Genova Nella miniatura in alto: il basso Ambrogio Maestri (Falstaff) Sotto, in sequenza: strenna di immagini del Falstaff voluto dal regista Damiano Michieletto, con scene di Paolo Fantin e costumi di Carla Teti
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Pubblicato il 05 Marzo 2025
Il Regio di Torino realizza un'idea di Vittorio Sabadin per e con i carcerati della Casa Circondariale
Rigoletto non solo per il teatro
intervento di Athos Tromboni
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TORINO - Che cosa caratterizza una società inclusiva rispetto ad una società repressiva? La risposta la troviamo nel Costituzione della Repubblica Italiana. I padri fondatori della repubblica, dopo la vittoria della democrazia sul fascismo e nello spirito della volontà maggioritaria del popolo italiano che scelse la Repubblica al posto della Monarchia, quella volontà inclusiva la codificarono in un preciso mandato costituzionale: ogni essere umano che sia carcerato in Italia ha diritto ad un percorso di recupero rispetto alle vicende delittuose che lo hanno portato a delinquere e ad essere giudicato e condannato. È un principio costituzionale che questa testata giornalistica e tutti i collaboratori che la fanno vivere condividono senza se e senza ma. Per questo noi plaudiamo alla scelta del Teatro Regio di Torino e del suo management di agire nello spirito della Costituzione della Repubblica Italiana con l'iniziativa di cui parliamo qui: per la prima volta, il Teatro Regio di Torino va in scena all'interno di un penitenziario. È una iniziativa inedita - per il capoluogo del Piemonte - per avvicinare il carcere alla città.
Infatti per la prima volta nella sua storia il Teatro Regio porta la magia dell’opera lirica all’interno di un carcere, la Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino, con una rappresentazione speciale del Rigoletto di Giuseppe Verdi, in una versione curata da Vittorio Sabadin. È in'iniziativa che mira a promuovere la partecipazione e il dialogo tra “dentro e fuori” attraverso la cultura. Il Teatro si fa ponte tra la comunità penitenziaria e la società civile, dimostrando come la bellezza e l’arte possano migliorare la qualità della vita anche nei contesti più difficili. Questo progetto rappresenta un primo passo, un “progetto pilota” che il Teatro Regio di Torino auspica possa crescere e consolidarsi nel tempo. Si realizza in sinergia con la Fondazione Compagnia di San Paolo, con il Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e con la casa circondariale torinese nel solco del più ampio progetto nazionale Per Aspera ad Astra – come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza. Stefano Lo Russo, sindaco e presidente della Fondazione Teatro Regio afferma: «... Assisterò a questa ‘prima’ del Regio con particolare piacere perché credo davvero che rappresenti l’idea di città che, come amministrazione, abbiamo in mente. Una città dove la cultura riveste un ruolo di primo piano ed è accessibile a tutte e a tutti. Questa iniziativa, poi, ha un valore davvero speciale perché è l’occasione per ribadire che il carcere deve avere un ruolo di educazione e riabilitazione, oltre che di semplice punizione, mettendo in primo piano il rispetto e l’importanza delle persone, secondo princìpi che non devono mai essere persi di vista. Un ringraziamento va alla Fondazione Compagnia di San Paolo e a tutte le persone del Teatro Regio e del Teatro Stabile e alle persone detenute che hanno lavorato alla realizzazione di questa rappresentazione che è già un successo, ancora prima che si apra il sipario.»

Dettagli dello spettacolo Rigoletto andrà in scena lunedì 10 marzo 2025 alle ore 16,30 presso il teatro della Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno”: contestualmente alle rappresentazioni nel Teatro Regio di Torino, che hanno fatto registrare il “tutto esaurito” e al termine delle recite dedicate al pubblico delle scuole del 6 e 7 marzo. Questa nuova produzione del Regio, tratta dal melodramma Rigoletto di Giuseppe Verdi, su libretto di Francesco Maria Piave, basato sul dramma Le Roi s’amuse di Victor Hugo, va in scena in una versione a cura di Vittorio Sabadin. Gli interpreti sono tutti artisti del Regio Ensemble: Janusz Nosek (Rigoletto), Albina Tonkikh (Gilda), Daniel Umbelino (Duca di Mantova), Siphokazi Molteno (Maddalena), Tyler Zimmerman (Sparafucile e il Conte di Monterone). Nel cast anche l’attrice Chiara Buratti. La direzione musicale e l’accompagnamento al pianoforte, sono affidati al maestro Giulio Laguzzi, la regia a Riccardo Fracchia, le scene a Susi Ricauda Aimonino e i costumi a Laura Viglione.
Partecipazione attiva Oltre alla rappresentazione, il progetto assume una forte valenza sociale grazie al coinvolgimento diretto della comunità carceraria: i detenuti hanno costruito le scenografie, realizzando praticabili, sgabelli, pedane e oggetti di scena in legno, e dipingendo i periacti. Dunque, non solo uno spettacolo, ma anche un’esperienza che unisce formazione e partecipazione attiva; il coinvolgimento della comunità carceraria è reso possibile dal percorso formativo che da anni è realizzato da Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e dall’associazione Teatro e Società.

Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Regio di Torino Nella miniatura in alto: Stefano Lo Russo sindaco della città e presidente della Fondazione Teatro Regio di Torino Sotto, in sequenza: due momenti della conferenza stampa di presentazione dell'iniziativa
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Pubblicato il 01 Marzo 2025
Successo di pubblico per l'opera di Umberto Giordano coprodotta dai teatri di Ferrara e Daegu
Chénier restituito alla rivoluzione francese
intervento di Athos Tromboni
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FERRARA - La musica può unire. La musica unisce. Per chi privilegia i "ponti" rispetto ai "muri" ogni collaborazione che avvicina i popoli viene indicata quale esempio di come debba essere il mondo delle nazioni, delle città, dei villaggi. Anche le piccole cose contribuiscono ad alimentare quella speranza, indipendentemente dal loro rilievo mediatico. Così succede che due teatri, uno italiano (il Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara) e uno della Corea del Sud (la Daegu Opera House) consolidano il loro legame culturale attraverso una collaborazione avviata nel 2021: dopo le produzioni di Don Giovanni, Turandot e Orlando Furioso, il Teatro Comunale di Ferrara e la Daegu Opera House hanno presentato sul palcoscenico della città estense, venerdì 28 febbraio 2025, la loro quarta coproduzione: l'opera Andrea Chénier, capolavoro di Umberto Giordano. Questo evento musicale ha celebrato il 140° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Corea del Sud ed è il frutto di un proficuo scambio culturale tra le due città, entrambe insignite del riconoscimento Patrimonio Unesco.
Ferrara in questi giorni ha accolto numerose autorità italiane e coreane, oltre a cantanti, artisti e maestranze provenienti dalla Corea del Sud. Presente a Ferrara - per la prima europea dell' Andrea Chénier - anche il console generale della Corea del Sud, Choi Tae-ho. Una nutrita rappresentanza coreana è stata ricevuta in municipio dall'assessore alla Cultura del Comune di Ferrara, Marco Gulinelli, che ha portato i saluti della città e del sindaco. Lusinghiera la risposta di Park Soon-tae, presidente della Daegu Foundation for Culture and Arts, ai saluti dell'assessore Gulinelli: «La nostra missione (ha detto Soon-tae) è costruire ponti culturali attraverso l’arte e la musica. Questa collaborazione con Ferrara rappresenta un'opportunità straordinaria per rafforzare il dialogo tra le nostre due culture e promuovere la bellezza dell’opera lirica in una dimensione globale.» In questo clima collaborativo è andata in scena l'opera di Umberto Giordano dove i cantanti erano coreani, l'orchestra e il coro erano italiani, il corpo di ballo addirittura ferrarese. Pienone da grande serata musicale (replica domenica pomeriggio, ore 16) e curiosità alle stelle per vedere come se la sarebbero cavata i giovani artisti della Daegu Opera House nel canto spinto dell'opera verista. La regia di Kim Jiyoung ha entusiasmato il pubblico ferrarese: tutto nella tradizione, con l'allestimento creato a Ferrara dai tecnici del Teatro Comunale in collaborazione con i tecnici del Laboratorio Scenografia Pesaro; così la regista ha restituito Chénier alla rivoluzione francese inscenandola su una piattaforma ruotante e mutevole dove «... la struttura circolare che, come un grande anello, sta sospesa sopra il palcoscenico, vuole evocare il grido dei rivoluzionari per la libertà, l'uguaglianza e la fraternità ... il cuore della scena è la struttura centrale che ricorda un viso umano e rappresenta Jean-Paul Marat, figura di spicco dei giacobini, che difese il periodo del Terrore. L'orientamento di questo viso verso il pubblico trasmette forti emozioni come l'ardore rivoluzionario, la rabbia e l'esplosione di un sentimento collettivo; mentre il suo profilo laterale rimanda alla paura e all'incertezza della folla, che si trova a fronteggiare l'instabilità della Francia in quei drammatici anni ... nel finale la rotazione del palco fonde la scala e la ghigliottina, enfatizzando il momento culminante della morte di Andrea Chénier e Maddalena di Coigny. Questo incontro drammatico simboleggia il trionfo ultimo dell'amore, suggellato dalla morte che li unisce come una forza che supera la violenza della storia ...»
  

La vera forza della rappresentazione, comunque, la regia l'ha ricavata non dagli oggetti e dalle sculture-simbolo qui raccontate, ma da una sapiente e meticolosa gestione del movimento delle masse (coro, corpo di ballo, figuranti e mimi) riuscendo a generare quadri in movimento che parevano pitture di Jacques-Louis David e soprattutto di Eugène Delacroix. Tutto è filato liscio, andando a buon fine nonostante l'imponente numero di personaggi e figuranti che affollavano le scene. Brava. Proprio brava questa regista coreana.



L'apprezzamento del pubblico, manifestato con lunghe ovazioni al termine della recita, ha coinvolto oltre alla Kim Jiyoung, anche i suoi collaboratori e collaboratrici: Kim Hynujung (scene), Kim Kunee (costumi), Moon Kilhwan (luci) e Kim Youngnam (coreografie). Meno positive le nostre considerazioni sul cast: nella parte eponima il tenore Park Seonggyu ha manifestato una frequente discontinuità di timbro, andando dalla voce impostata a qualche passaggio a voce naturale, quindi il canto è risultato povero di armonici in alcune parti, soprattutto per le due arie principali "Un dì all'azzurro spazio" e "Come un bel dì di maggio". Poi il colore vocale chiaro, anche quando l'acuto o il mezzoforte fluivano bene, era più da belcantista che da tenore verista: insomma, un po' leggerino per la parte di Andrea Chénier. Non è andata meglio il soprano Rim Saekyung nella parte di Maddalena: accento italiano molto impreciso ed eliminazione dal canto di numerose parole, saltate a piedi pari. Cautissima negli acuti, non ha osato andare oltre uno scolastico approccio al personaggio. E forse proprio per questo è stata sonoramente "buata" dal loggione, mentre la platea la applaudiva fortissimamente. Potente ed efficace invece il canto del baritono Oh Seungyong (Carlo Gérard) che si è rivelato il migliore del cast in assoluto. Ha un timbro scuro, da basso cantante, buona musicalità, ottima presenza scenica e non mostra nessuna difficoltà quando deve rinforzare l'emissione in zona acuta. Peccato che nell'aria principale ("Nemico della patria") abbia sofferto un piccolo contrattempo, sì, una piccola stecca sulla parola "amore" che va cantata di slancio... il contrattempo lui l'ha superato senza perdersi d'animo e portando con buona efficacia la propria prestazione fino al termine della recita.


Completavano il cast, i bravi Lee Chungman (Un incredibile), Moon Seokhoon (Roucher) e Son Junga (la mulatta Bersi), oltre a Choi Sunae (Madelon), Seo Jeonghuyeok (Mathieu), Kim Haneul (Contessa di Coigny), Lee Hojun (Fouquier Tinville), Alexandro Mundula (l'Abate), Jeon Jaemin (Maestro di casa e Schmidt), Lee Kihyun (Fleville e Dumas). Ottima la prestazione dell'Orchestra Città di Ferrara diretta dal maestro Marcello Mottadelli: la sua concertazione ha privilegiato i momenti lussureggianti della partitura di Umberto Giordano esaltandone il carattere sinfonico tardo ottocentesco, tanto che in almeno un paio di casi l'esaltazione del volume del tutti orchestrale ha coperto il canto dei solisti. Bravo il Coro Lirico Sinfonico di Parma e dell'Emilia Romagna preparato dal maestro Andrea Bianchi. Brave le danzatrici e i due danzatori nelle coreografie disegnate dalla Youngnam. Ottimi i figuranti e i mimi nei movimenti coordinati delle scene d'assieme. Pubblico soddisfatto e dunque applausi e ovazioni per tutti, al di là del merito. (La recensione si riferisce alla recita di venerdì 28 febbraio 2025)
Crediti fotografici: Marco Caselli Nirmal per il Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara Nella miniatura in alto a sinistra: la regista Kim Jiyoung In alto a destra: la delegazione della Corea del sud ricevuta dall'assessore Marco Gulinelli Sotto in sequenza: Rim Saekyung (Maddalena di Coigny); Lee Chungman (Un incredibile), Park Seonggyu (Andrea Chénier) e Seo Jeonghuyeik (Roucher); ancora Park Seonggyu nel terzo atto durante il processo; Oh Seungyong (Carlo Gérard) e Park Seonggyu nella scena del duello. Al centro e in fondo: belle panoramiche di Caselli Nirmal su scene e costumi.
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Pubblicato il 16 Febbraio 2025
Lo storico capolavoro di Giuseppe Verdi e Arrigo Boito decontestualizzato dalla regia creativa
Otello sotto il protettorato britannico
intervento di Athos Tromboni
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ROVIGO - «Quest'anno non ho più fatto l'abbonamento alla Lirica... sai, queste regie moderne mi fanno uscire delusa dal teatro...» è il commento rubato dal vostro cronista ad una spettatrice di terza fila di platea, venerdì 14 febbraio scorso nel Teatro Sociale di Rovigo. E non è che il cronista, seduto in seconda fila, abbia poi fatto molto per non udire il commento. Non era un sussurro, era una frase bella e sonora che la signora di terza fila rivolgeva nell'intervallo alla sua vicina di posto: il cronista si è voltato, giusto perché il dovere-diritto di cronaca è inalienabile per un giornalista, e ha verificato trattarsi di una elegante signora più vicina alla terza età che alla media età. Del resto, tutto il teatro era gremito di quel pubblico lì: quello della terza età, il pubblico che è lo "zoccolo duro" dell'opera lirica; di giovani ve ne erano pochissimi (Rovigo fa testo come tutti gli altri teatri d'opera: i giovani raramente sono la maggioranza del pubblico nelle serate d'opera) e quella frase lapidaria, nel gusto certamente personale della spettatrice ma non per questo insignificante, è la "consegna" di cui dovrebbero tenere un po' più conto i direttori artistici dei teatri e festival e soprattutto i registi, gli scenografi, i costumisti. Insomma, un Otello verdiano inscenato verso la fine dell'Ottocento non ha soddisfatto qualcuno/qualcuna del pubblico rodigino. Questo pubblico insoddisfatto era la maggioranza? Una parte non maggioritaria eppure significativa? Oppure una risicata minoranza di spettatori? I melomani di Rovigo possono essere considerati un campione significativo degli appassionati d'opera italiani, oppure no? Occorrerebbe un conteggio - magari all'uscita dagli spettacoli d'opera - per sondare in modo anonimo il pronunciamento degli spettatori. Una sorta di televoto anonimo attraverso il quale i teatri e festival potrebbero sondare i gusti del pubblico presente alle serate; e pagante. Pagante. Pagante!



Non mancano certo - oggi - gli strumenti per attivare un sondaggio di questa fatta. Manca la volontà dei teatri. Otello il Moro di Venezia è una tragedia in prosa e in versi che William Shakespeare scrisse intorno al 1604 tratta dalle cento novelle veneziane di Gianbattista "Cintio" Giraldi e narra (forse) la vicenda di Francesco De Sessa noto come "il capitano moro" imprigionato per un delitto commesso sull'isola di Cipro e portato in catene a Venezia nel 1544 per essere giudicato e condannato. Questa puntualizzazione storico-letteraria ci serve per dire che Cipro fu governata dalla Serenissima Repubblica di Venezia dal giorno dell'acquisto dell'isola (1489) fino al 1571, quando la stessa isola fu conquistata dall'Impero Ottomano. La vicenda dell'influenza veneziana su Cipro è stata narrata (tre giorni prima della messa in scena dell'opera Otello nel Teatro Sociale di Rovigo) dal giornalista, studioso di eventi storici veneti e polesani, Maurizio Romanato che in una interessante conferenza nel Ridotto del Sociale ("Cipro da Venezia ai Turchi") ha spiegato con dovizia di particolari quale fosse l'ambiente storico in cui ha preso vita il dramma shakespeariano, ma ha anche animato l' Otello di Giuseppe Verdi su libretto di Arrigo Boito (1887) e quello precedente di Gioachino Rossini su libretto di Francesco Berio di Salsa (1816). Tutto questo (la Serenissima Repubblica di Venezia, la vicenda del "capitano moro", l'illuminato dominio veneziano su Cipro) avrebbe potuto suggerire di attenersi - quantomeno nella scenografia e nella messa in scena - a una pagina che è storia dell'occidente vs/oriente, storia della letteratura, storia della musica. E invece no. Si arzigogola, anziché documentare. Si dà la prevalenza all'inventiva anziché allo studio. Si sperimenta anziché trarre dalla filologia storica, musicale, sociologica, gli elementi di una rappresentazione. E si colloca tutto in un ambiente pressoché neutro, impersonale, decontestualizzato: cioè si fa della para-fantascienza, nel nome della libertà e della creatività artistica.

  
E allora che succede? Succede che nel Terzo Millennio il teatro musicale sembra non essere più (e forse non sarà più) supporto propedeutico di testimonianze storiche. Non educherà alla conoscenza (compito non tanto dei compositori, quanto dei pronunciamenti degli intellettuali illuminati di ogni epoca e paese) ma stimolerà il disimpegno dallo studio (a volte certosino, spesso critico, ma sempre necessario) di fatti e vicende storiche. Così il teatro musicale non sarà rappresentativo di un incontestabile sapere collettivo, ma ostaggio dell'improvvisazione immaginifica di qualche individuo. Ma chi l'ha detto che l'opera lirica, la musica, la sua storia, dovrebbero essere una propedeutica del sapere collettivo e non una fantasia immaginifica spalmata sugli individualismi? Ovviamente nessuno. Ma lo impone una necessità urgente: basta prendere in considerazione le statistiche che ci dicono e descrivono la povertà culturale dei nostri rampolli, della gioventù del nostro continente, la loro tendenza a omologarsi acriticamente nel villaggio globale per il quale è sufficiente conoscere 200 parole e basta per esprimersi: ed essere più che mai "felicemente" confinati nella moltitudine bruta; mentre nell' altrove pochi oligarchi (anche ticoon di potenti strumenti di comunicazione) spadroneggiano sul mondo intero imponendo il loro credo. L'impegno della intellighenzia più sensibile del nostro tempo dovrebbe esserne convinta e prendere posizione. Certo l'opera lirica non sarà l'antidoto, ma rimanendo confinata dentro a individuali fantasie immaginifiche di registi e loro correi, anziché farsi testimone di eventi storici per i quali i compositori (e soprattutto i letterati, i librettisti, per intenderci) l'hanno creata trovando l'ispirazione creativa dal contesto descrittivo, contribuirà sicuramente all'appiattimento qualunquista della conoscenza, alla non-cultura, ponendosi sulla parallasse dei livelli esoterici anziché su quelli storicistici. Ma veniamo (finalmente) all' Otello di Giuseppe Verdi visto a Rovigo: il regista Italo Nunziata spiega così la sua scelta creativa di decontestualizzazione: «... La gelosia è una prigione nella quale l'individuo si richiude ... Lo spazio scenico è uno spazio chiuso, una sorta di spazio prigione ... e la tragedia (di Otello e Desdemona) è ambientata anche per i costumi e gli oggetti negli ultimo decenni del 1800, quasi ad evidenziare laddove possibile la natura di "dramma borghese" nello svolgersi dell'azione e del sentimento ... (ed è) un mondo dove chi viene dal di fuori sarà visto e rimarrà sempre come "estraneo e straniero" ... »



Se lodevole rimane l'intenzione del regista (una dichiarazione di biasimo alla mentalità che confina il "diverso" - nero o asiatico che sia - dentro i ranghi bassi della considerazione civile) non altrettanto lodevole è il risultato del racconto scenico. Non c'è - nello spettacolo visto a Rovigo - sentore di razzismo verso Otello "il negro" tale da far parteggiare emotivamente il pubblico per lui, perché questo aspetto non era minimamente nelle intenzioni del compositore e del librettista. E ogni espansione interpretativa (anche in chiave sociologica e/o umanitaria, nonché progressista) è destinata e fare cilecca. Durante la recita vista nel Teatro Sociale ci siamo chiesti come fosse possibile che il personaggio di Lodovico (ambasciatore nel 1544 a Cipro della Serenissima Repubblica di Venezia) entrando in scena in vesti non più congeniali all'epoca ma da "borghese" fin-de siecle, pronunciasse questo saluto tendendo a Otello una pergamena avvolta in mano: «Il Doge ed il Senato / salutano l'eroe trionfatore / di Cipro: io reco nelle vostre mani / il messaggio Dogale»; e tutto ciò proprio in quella specifica ambientazione di fine Ottocento voluta dalla regia, trascurando che l'isola in quei decenni era ormai abitata da greci e turchi e governata sotto il ferreo controllo del protettorato britannico? Decontestualizzazione in scena: cioè bugia storica. E poche battute più avanti, quando Otello al cospetto dell'ambasciatore veneziano dichiara di accettare la sua sostituzione come governatore di Cipro cedendo il comando al rivale Cassio: «La parola Ducale è nostra legge» come si concilia, nelle scelte registiche, con l'originale ambientazione storica così ben studiata da Shakespeare prima e da Arrogo Boito poi? Altra decontestualizzazione per scelta della regia: cioè altra bugia storica. Ma si potrebbe continuare. Conosciamo da tempo i lavori di Italo Nunziata, sappiamo del suo indiscutibile approccio professionale ai testi, lo abbiamo recensito più volte raccontando i suoi allestimenti: ma in questa circostanza, sul piano della critica più storiologica che musicale, diciamo che anche stavolta ci siamo trovati di fronte ad una forzatura scenica germinata dentro il solco delle imperanti mode trasgressive dei registi "innovatori". Cioè dentro un deja-vu conformista. Nulla da eccepire su scenografie, costumi e luci (curate da Domenico Franchi, Artemio Cabassi e Fiammetta Baldiserri) perché fatta la scelta "contenutistica" tutto è stato omologato proprio alla predetta scelta contenutistica. Sul piano musicale le cose non sono risultate al top: il tenore Roberto Aronica - pur bravo e diligente - non possiede la vocalità di Otello: il suo colore vocale chiaro e sostanzialmente belcantista se da un lato rispetta in gran parte il dettato delle note verdiane, nella zona del superacuto perde di consistenza sonora ed egli non mostra il coraggio (come altri belcantisti impegnati nel ruolo) di passare il canto dalla consuetudine del lirismo spinto a quello del lirismo puro della mezza voce e delle seduttive atmosfere dell'emissione a fior di labbra; come hanno fatto o stanno facendo altri tenori belcantisti che affrontano il ruolo. Ma in tutto questo forse la decisione non spettava a lui, quanto - piuttosto - al maestro concertatore. Disomogenea la prestazione di Iwona Sobotka nel ruolo di Desdemona: ha mostrato una bella capacità di controllo nel medio e nel grave, bel timbro espresso su quei registri della partitura, ma quando deve salire all'acuto la sua vocalità si "sbianca" perde coloratura e il canto somiglia a un grido più che a un canto armonizzato: possiamo ipotizzare, qui, che sia una menda tecnica (quindi correggibile ed eliminabile) piuttosto che un difetto congenito. Perché in alcuni momenti il suo canto è stato veramente soave e convincente (il colore delle mezze voci, il legato, il fraseggio) e quindi personalmente la attendiamo a nuovi impegni per verificare il portato di questo odierno rilievo critico. Angelo Veccia è stato - secondo noi - il migliore del cast (nel ruolo impegnativo di Jago) per quella naturale vocalità morbida e suadente, ma anche per l'imperio necessario nelle impennate del canto di forza, quando il canto di forza si manifesta come apogeo dell'espressione significativa: la sillabazione di questo baritono è risultata chiarissima e comprensibile, l'intonazione era sempre sotto controllo, il gesto scenico è stato quello da consumato protagonista dei palcoscenici d'opera. Lodevole il resto del cast, con il bravissimo (e applauditissimo) tenore Oronzo D'Urso (Cassio), Angelo Galli (Roderigo), Victor Shevchenko (Lovovico), Lorenzo Liberati (Montano), Nikolina Janevska (Emilia) e Eugenio Maria Degiacomi (un Araldo). La nostra menzione particolare va al Coro di Voci Bianche del Conservatorio "Nicolini" di Piacenza istruito da Giorgio Ubaldi che ha brillato nella parte di propria competenza; ed un bravi! convinto anche al Coro del Teatro Municipale di Piacenza diretto da Corrado Casati. Resta da dire della concertazione di Christopher Franklin sul podio dell'Orchestra Filarmonica Italiana: un'esecuzione di routine, tranquilla e tutto sommato senza lode né infamia, con una assai poco incline propensione a sollecitare e incoraggiare i cantanti in scena; e (purtroppo) con una realizzazione dei concertati assai scolastica.

Pubblico delle grandi occasioni, elegantissimo e partecipe, che non ha mancato di applaudire calorosamente tutti i protagonisti al termine dello spettacolo. E se il pubblico ha sempre ragione ... (La recensione si riferisce alla recita di venerdì 14 febbraio 2025)
Crediti fotografici: Nicola Boschetti per il Teatro Sociale di Rovigo Nella miniatura in alto: Iwona Sobotka (Desdemona) e Roberto Aronica (Otello) nel duetto del primo atto Sotto, in sequenza: Angelo Veccia (Jago); Iwona Sobotka (Desdemona); ancora Angelo Veccia con Roberto Aronica (Otello); Andrea Galli (Roderigo), Victor Shevchenko (Lodovico), Oronzo D'Urso (Cassio); Iwona Sobotka e Roberto Aronica in scena Al centro: ancora Iwona Sobotka e Roberto Aronica in scena Sotto, in sequenza: vari momenti con Angelo Veccia, Roberto Aronica e Iwona Sobotka; il Coro di Voci Bianche del Conservatorio "Nicolini" e il Coro del Teatro Municipale di Piacenza In fondo: scene finali dell'Otello verdiano e saluti del cast
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Pubblicato il 28 Gennaio 2025
Proveniente dal Teatro del Giglio di Lucca č approdato a Rovigo il capolavoro di Umberto Giordano
Di Chénier non ci si stanca mai
intervento di Athos Tromboni
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ROVIGO - Arriva collaudato l' Andrea Chénier di Umberto Giordano al Teatro Sociale, proveniente da Lucca: l'allestimento è una coproduzione di Lucca e Rovigo, appunto, con anche il Teatro Verdi di Pisa, il Grande di Brescia, il Fraschini di Pavia, il Sociale di Como e il Ponchielli di Cremona. La scelta del regista Andrea Cigni e del suo staff (scene di Dario Gessati, costumi di Chicca Ruocco, luci di Fiammetta Baldiserri e Oscar Frosio, coreografia di Isa Traversi) è di mantenere la messa in scena nello spirito di un libretto perfetto quale quello approntato, per il compositore foggiano, da Luigi Illica, emiliano di Castell'Arquato: così l'ambiente scelto dal regista è quello del periodo 1789-1894, cioè l'apoteosi e morte del poeta vero, l'Andrea Chénier della Rivoluzione Francese, lui, monarchico costituzionalista iscrittosi al club dei Foglianti che contrastava l'intransigenza politica e gli atteggiamenti forcaioli dei Giacobini di Robespierre. Chi volesse un'anticipazione di come questo allestimento è stato accolto da critica e pubblico di Lucca poche settimane fa, può cliccare qui . Diversamente è andata a Rovigo, dove sono cambiati alcuni cantanti rispetto a Lucca. Sulla regia nulla da aggiungere, se non un plauso per come hanno recitato, muovendosi in scena, solisti e coro.


E un plauso anche alla coreografa Traversi per la bella parentesi del ballo del Fauno e della sua compagna, la Fauna, nella festa del primo atto in casa della contessa di Coigny: danza contemporanea, dove prese, angolature e spigolature di gesti, linguaggio del corpo, si sono fusi armonicamente con l'atmosfera tardo settecentesca dei costumi degli aristocratici francesi. Un plauso anche al direttore, Francesco Pasqualetti, che è riuscito a "domare" l'Orchestra Regionale Filarmonia Veneta conducendola dentro ad uno standard esecutivo per il quale abbiamo espresso molte volte i nostri elogi: belle le veemenze tratte dalla partitura, morbido il fraseggio nei momenti lirici, precisi gli attacchi delle varie sezioni e così gli stop, rapporto buca/palcoscenico quasi sempre in sintonia... Quasi sempre, perché laddove un cantante o una cantante ha problemi d'emissione o di dinamica, se l'orchestra spinge sui volumi la colpa se la prende il direttore che "copre". Bisognerebbe dire, più veritieramente, non che "copre", ma che "salva" il cantante... prendendosi - appunto - la colpa. Il miracolo, a Pasqualetti, non è invece riuscito nei confronti del tenore Martin Muehle, chiamato a sostituire nel ruolo del titolo l'annunciato Michael Spadaccini; se da un lato Muehle dimostra di non temere la zona acuta e superacuta, dall'altro lato offre un canto di gola e di petto che connatura la sua cifra stilistica: quindi nel medio e nel grave, così come nel canto di conversazione, la sua voce pare "secca", priva di armonici, a tratti sgradevole. Peccato, perché il fisico e il gesto scenico sono da protagonista del repertorio lirico spinto e drammatico. Apprezzata molto dal pubblico (ma anche da chi scrive questa cronaca), la prestazione del soprano Maria Teresa Leva che ha reso una Maddalena di Coigny pienamente centrata nel personaggio: centrata scenicamente (la sua mimica è da attrice consumata) e vocalmente (il suo canto in maschera e i passaggi di registro sono eseguiti con padronanza, il suo timbro è molto bello); la Leva è stata a lungo applaudita soprattutto dopo l'esecuzione della terribile romanza "La mamma morta". Il campione della serata, la medaglia d'oro nella competizione del cast, spetta però al baritono Kim Gangsoon protagonista di una prestazione maiuscola nei panni di Carlo Gérard: ricordiamo qui che la figura di Andrea Chénier corrisponde al poeta vero (ecco il punto principale dove è manifesta la perfezione del libretto di Illica), anche il personaggio di Gérard è ispirato a una persona vera: si tratta del crudele tagliatore di teste Jean-Lambert Tallien, rivoluzionario giacobino voltagabbana, dapprima fedelissimo di Robespierre e poi capo del "ribaltone" che portò Robespierre alla ghigliottina e al graduale superamento dell'epoca del Terrore. Certo la figura di Gérard, sempre nel libretto di Illica, è crudele come fu crudele Tallien (aria di sortita del primo atto "Son sessant'anni o vecchio" e il monologo del terzo atto "Nemico della patria?"), ma poi il suo personaggio si stempra nel pentimento e s'addolcisce fino a diventare filantropicamente il difensore di Chénier nel tentativo di evitare al poeta l'esecuzione capitale. Brava e degna di encomio Shay Bloch nel personaggio della serva Bersi. Deludente invece Alessandra Palomba nel doppio ruolo di Contessa di Coigny e Madelon: voce traballante, intonazione fuori controllo: evidentemente gli anni passano per tutti/tutte.




Corretto il resto del cast con Alessandro Abis (Roucher), Fernando Cisneros (Mathieu e Pietro Fléville), Marco Miglietta (Un incredibile e l'Abate), Gianluca Lentini (Schmidt/Fouquier/Tinville), Giorgio Marcello (il Maestro di casa e Dumas). Preparato il Coro Arché di Pisa diretto dal bravo Marco Bargagna. Pubblico numeroso ma non da tutto esaurito, molto soddisfatto e plaudente a lungo al termine dell'opera. (La recensione si riferisce alla recita di venerdì 24 gennaio 2025)


Crediti fotografici: Nicola Boschetti per il Teatro Sociale di Rovigo Nella miniatura in alto: il direttore Francesco Pasqualetti Sotto, in sequenza: belle panoramiche di Boschetti sui costumi; la danza del Fauno e della Fauna; Shay Bloch (Bersi) al centro della scena sventola il tricolore francese Al centro, in sequenza: Maria Teresa Leva (Maddalena di Coigny) e Martin Muehle (Andrea Chénier); altre panoramiche sui costumi; Martin Muehle e Kim Gangsoon (Carlo Gérard) durante il duello del secondo atto Sotto: Maria Teresa Leva da sola e con Kim Gangsoon; infine i saluti finali di tutto il cast
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Pubblicato il 11 Gennaio 2025
Acclamazioni e ovazioni a Ferrara per l'opera della piccola farfalla giapponese di Giacomo Puccini
Una Butterfly come dev'essere
intervento di Athos Tromboni
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FERRARA - «Abbiamo voluto fare una Madama Butterfly nel rispetto della realtà giapponese dell'epoca, una realtà di usi e costumi ben diversa dall'immaginario occidentale... così abbiamo tolto nel nostro allestimento e nelle scelte registiche tutte quelle "giapponeserie esotiche" immaginate tra fine Ottocento e inizio Novecento in Europa. Ed io - ci tengo a dirlo - non ho fatto la regia di quest'opera, ma ho fatto la sua messa in scena...» Così si è espresso Leo Nucci, il grande baritono passato alla regia dopo una straordinaria carriera di cantante, durante la presentazione dell'opera di Giacomo Puccini nel Ridotto del Teatro Comunale "Claudio Abbado". Questa scelta di Nucci è veramente coraggiosa, coraggiosissima, proprio perché si discosta dalle dominanti regie "moderne" che di moderno hanno il più delle volte solo l'obiettivo della provocazione fine a sé stessa ammantato da una patina di conformismo che sfocia spesso nel deja-vu... un già visto che sa di stantìo.


L'ambientazione della Madama Butterfly che ha aperto la stagione lirica 2025 del Teatro Abbado è anticipata di qualche anno rispetto al 1904, anno in cui con un fiasco memorabile l'opera di Puccini andò in scena al Teatro alla Scala di Milano: nell'allestimento visto a Ferrara siamo comunque all'inizio del Novecento, e mentre il primo atto è inscenato in un mese generico, il secondo e terzo atto sono ambientati nel mese di aprile, quando si celebra la festa dei ciliegi, ancora oggi molto sentita in Giappone. «Abbiamo pensato di mettere sul palcoscenico - ha scritto Leo Nucci nelle note di regia - riferimenti simbolici anche legati alla filosofia zen: ad esempio un elemento è il Cerchio Zen che significa illuminazione, forza, universo. Altro elemento è il Torii (meglio conosciuto in occidente con il termine di "Porta Rossa", ndr): il Torii rappresenta la separazione tra la vita reale e quella spirituale, una credenza popolare: il primo passaggio sotto l'arco di Torii significa la prima forma di purificazione. Entrambi i simboli significano fortuna e prosperità. Abbiamo inoltre lavorato alla ricerca di costumi assolutamente originali.» Le parole di Leo Nucci richiamano in noi il ricordo dei contenuti di alcune conversazioni fatte con Franco Zeffirelli e - dopo la sua scomparsa - la forza convincente dei messaggi lanciati negli incontri e nelle conferenze musicali fatte insieme con i rappresentanti della Fondazione Zeffirelli di Firenze. Solenne l'harakiri finale di Cio Cio San, schiena rivolta al pubblico, perché non c'è nulla da spettacolarizzare per un suicidio d'onore...


Dunque, non la provocazione o "la estensione" dei significati oltre il loro significante, ma il recupero del rapporto significato/significante nella sua interezza e nella sua incontestabile logica storicizzata. Perché la creatività può certamente allocarsi nell'invenzione tout-court anche quando non pertinente, ma risiede meglio e più realisticamente nella documentazione di fatti dove la pertinenza sia la linea-guida della creazione. Le scelte di Nucci sono state premiate, a Ferrara, da un applauso interminabile del pubblico (quasi 10 minuti) al suo apparire sul proscenio a fine recita. Applausi corredati con acclamazioni all'indirizzo del baritono-regista. Ma i "segnali" di un clima orientale e specificamente giapponese voluti dalla regia si sono colti anche nella concertazione del maestro Matteo Beltrami sul podio di una bravissima Orchestra dell'Emilia-Romagna "Arturo Toscanini" quando, nei momenti musicali dove la scala pentatonica usata da Puccini richiama le atmosfere di quel lontano Paese, il direttore ha scelto tempi rallentati, in sintonia ai rallenties propri di una danza kabuki o di commento a scene del più nobile Teatro del Nð. L'orchestra ha seguito le sollecitazioni del direttore, e i cantanti altrettanto, pur nella fatica di adeguarsi a tempi dove la difficoltà espressiva è maggiore rispetto a ritmi anch'essi lenti ma tuttavia più sostenuti. Il maestro Beltrami ha guidato l'orchestra senza mai abbandonare l'occhio sui cantanti e sul coro, e l'effetto visivo e auditivo era di un ottimale rapporto fra buca e palcoscenico. Sul cast: grande interpretazione del soprano Claudia Pavone nel ruolo di Cio Cio San; ha dimostrato carattere, personalità, sicurezza dei propri mezzi, colore vocale molto bello, intonazione sempre sotto controllo, acuto svettante e ben timbrato, gesto scenico eccellente. Una vera Butterfly come deve essere. Non a caso gli applausi a scena aperta e le ovazioni a fine recita l'hanno premiata meritoriamente, anche se non ha concesso il bis di "Un bel dì vedremo" come richiesto insistentemente dal pubblico. E qui un inciso: se il pubblico chiede insistentemente un bis, significa che l'artista - celebre o semisconosciuto che sia - ha "bucato" la platea (dove il temine "bucato" è qui metonimico, mutuato dal linguaggio afferente il piccolo schermo televisivo...) Bravo anche il tenore Angelo Villari nel ruolo di Franklin Benjamin Pinkerton, voce chiara ma salda nella zona acuta, affrontata con canto di petto senza imbarazzi. Molto bello il suo fraseggio che ci ha ricordato l'eleganza e la chiarezza di emissione di un Bergonzi. Lo attendiamo con una certa curiosità ma anche con (nostre) pretenziose aspettative in prove più eroiche e meno patetiche di quel personaggio che è il Pinkerton delineato da Luigi Illica e Giuseppe Giacosa nel libretto dell'opera. Ottima la Suzuki di Irene Savignano, voce di un brunito dalla pregevole qualità all'ascolto, timbro più da contralto che da mezzosoprano, gesto scenico convincente e molto naturale, non teatrale ma spontaneo, nel ruolo della sommessa e fedelissima serva di Cio Cio San. Corretto il Sharpless del baritono Alessandro Luongo che comunque, quando spingeva nell'acuto tenuto, ha manifestato un lieve vibrato non a tutti gradito. Ottimo scenicamente e vocalmente il Goro di Manuel Pieratelli e da lodare anche tutti i comprimari: Eva Corbetta (Kate Pinkerton), Giacomo Leone (il principe Yamadori), Gaetano Triscari (lo Zio Bonzo), Eugenio Maria Degiacomi (Yakusidè), Fabrizio Brancaccio (il Commissario Imperiale), Lorenzo Sivelli (L'ufficiale del Registro), Betty Makharinsky (la Madre di Cio Cio San), Zhuo Zhixin (la Zia), Yaoo Hayoung (la Cugina), Viktor Pastori (il bravissimo bambino che ha interpretato Dolore). Completavano il cast i mimi Paolo Cignatta e Francesco Tomasi.


Il coro, adeguatamente preparato, era istruito dal maestro Corrado Casati. Essenziali ma molto suggestive le scene di Carlo Centolavigna. Bellissimi i costumi di Artemio Cabassi. Appropriate le luci di Michele Cremona. L'allestimento è una coproduzione del Teatro Comunale di Ferrara "Claudio Abbado" e del Teatro Municipale di Piacenza. (La recensione si riferisce alla recita di venerdì 10 gennaio 2025)
Crediti fotografici: Ufficio stampa del Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara Nella miniatura in alto: il soprano Claudia Pavone (Cio Cio San) Sotto, in sequenza: Angelo Villari (Franklin Benjamin Pinkerton) con Claudia Pavone; ancora la Pavone con Irene Savignano (Suzuki); panoramica sul bravo coro femminile del Teatro di Piacenza Al centro: panoramica su scene e costumi della Madama Butterfly disegnata dal Leo Nucci; ancora la Pavone con il piccolo Viktor Pastori (Dolore) e nella scena finale prima dell'harakiri In fondo, in sequenza: altre panoramiche sull'allestimento visto a Ferrara
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L'elisir col bis della lagrima
intervento di Athos Tromboni FREE
ROVIGO - La provincia, si dice, potrebbe salvare il mondo dell'Opera. E riproporre il ritorno ad una teatralizzazione del genere fuori da psicodrammi inventati e fughe oniristiche dentro la provocazione, ridonando alla drammaturgia di un genere da museo (l'Opera, appunto, genere da museo ma vivente e vivace) la propria incontestabile significanza. La provincia, si dice, rappresenta la stragrande maggioranza del popolo dei melomani - chi considerasse dispregiativo questo sostantivo (melomani), oppure termine offensivo, o anche attributo di una categoria di "care salme" invaghite di acuti svettanti oltre il do di petto, è preda di sussieghi irritanti - e per questa verità statistica si può dire che la provincia è il campione rappresentativo dell'universo: se ciò è vero (ed è vero), il Teatro Sociale di Rovigo o il Luglio Musicale Trapanese, così come il Teatro Sociale di Como o il Teatro Pergolesi di Jesi, e tanti altri piccoli teatri, analizzati nella reazione del pubblico ad un allestimento operistico, valgono quanto i grandi templi della lirica italiani e stranieri
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Personaggi
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Ferrara e Vivaldi connubio in musica
redatto da Edoardo Farina FREE
È il quarto anno consecutivo che il maestro Federico Maria Sardelli è presente nel cartellone musicale del Teatro Comunale "Claudio Abbado" di Ferrara. Questa volta ha proposto al pubblico estense una Serenata a tre che è praticamente una pagina dimenticata del catalogo del "Prete Rosso". Sardelli è direttore d'orchestra, compositore,
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Vocale
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Serenata d'amore torna a cantare
servizio di Athos Tromboni FREE
FERRARA - La prima esecuzione assoluta in tempi moderni di una pagina musicale molto bella di Antonio Vivaldi, la Serenata a tre RV 690, ha richiamato nel Teatro Comunale "Claudio Abbado" un buon numero di spettatori ed estimatori della musica del "prete rosso", tanto da registrare praticamente il tutto esaurito. Ancora una volta il majeuta è
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Classica
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Il ritorno dei Cardelli
servizio di Athos Tromboni FREE
FERRARA - Il ritorno dei Cardelli. Sembra quasi il titolo di una saga, e tale parrebbe se si considerasse la regolarità con cui da un paio di lustri i recital solististici di Matteo (pianoforte) o di Giacomo (violoncello), nonché i concerti in Duo, fanno registrare una loro presenza nelle rassegne cameristiche di Ferrara. Stavolta, per gli appuntamenti dei
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Opera dal Nord-Est
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Elektra nella Repubblica di Weimar
servizio di Simone Tomei FREE
VERONA – Nei fermenti intellettuali dei primi anni del Novecento, quando le teorie di Sigmund Freud e gli studi sull'isteria e sull'inconscio scuotevano le fondamenta del pensiero occidentale, il mito degli Atridi subì una profonda umanizzazione; il letterato e poeta Hugo von Hofmannsthal, reinterpretando la leggenda mitologica in chiave
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Opera dal Centro-Nord
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Norma da manuale
servizio di Simone Tomei FREE
FIRENZE - Dopo oltre quarantacinque anni di assenza, Norma torna a Firenze in un allestimento che non si limita a celebrare il capolavoro di Vincenzo Bellini, ma lo reinterpreta con una chiave scenica e musicale di forte impatto. La regia di Andrea De Rosa e la direzione del M° Michele Spotti plasmano uno spettacolo che, pur rispettando la tradizione
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Vocale
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Chansons e Canzonette un viaggio raffinato
servizio di Simone Tomei FREE
GENOVA - La domenica mattina può trasformarsi in un’oasi di rigenerazione, un momento in cui ricaricare le energie prima di affrontare una nuova settimana. Così è stato domenica 9 marzo 2025, quando il Primo Foyer del Teatro Carlo Felice di Genova ha accolto il pubblico per un raffinato appuntamento di musica da camera dal titolo
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Classica
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Musiciennes pronipoti delle veneziane
servizio di Athos Tromboni FREE
FERRARA - Se a un gruppo di ottime musiciste si unisce una straordinaria violinista, il gioco è fatto: Jordi Savall, il direttore filologo specialista nella musica antica, non lesina mai sorprese (ogni volta che l'abbiamo ascoltato a Ferrara e in altri teatri o festival d'altre città, è sempre stato... sorprendente) anche stavolta non ha mancato di stupire:
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Eventi
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Bologna Festival programmi divulgativi
servizio di Athos Tromboni FREE
BOLOGNA - Presentato oggi nelle sale più bohèmienne che rustiche della Birreria Popolare della città felsinea il programma divulgativo di Bologna Festival, titolare anche del prestigioso calendario che va sotto il nome «Libera la musica» (i concerti di questa sezione del Festival fanno perno sulla presenza di "Grandi interpreti" che per il 2025 vedranno
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Opera dal Nord-Est
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Vecchio Barbiere sempre nuovo
servizio di Nicola Barsanti FREE
VENEZIA - Tornare al Teatro La Fenice per assistere a Il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini in un’atmosfera gioiosa come solo il Carnevale di Venezia sa offrire, è un’emozione unica. Il pubblico, avvolto dalla magia della festa, accoglie con entusiasmo questa produzione che si conferma ancora una volta un successo. La regia tradizionale di
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Opera dal Centro-Nord
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L'orgiastico Rigoletto secondo Livermore
servizio di Nicola Barsanti FREE
FIRENZE - Il Rigoletto messo in scena da Davide Livermore al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino prende vita in un contesto scenico marcato da toni goliardici e, in alcuni momenti, quasi orgiastici. Al centro della scena, un letto monumentale diventa il fulcro attorno al quale si muove il Duca di Mantova, circondato da donne seminude che lo venerano,
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Opera dal Nord-Ovest
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Uno Chénier dalla travolgente energia
servizio di Simone Tomei FREE
GENOVA - Uno spettacolo che coniuga eleganza e incisività visiva, nitidezza narrativa e varietà stilistica: Andrea Chénier di Umberto Giordano al Teatro Carlo Felice si conferma un trionfo senza riserve. La regia di Pier Francesco Maestrini, già apprezzata nei prestigiosi allestimenti di Bologna e Monte-Carlo, si distingue per la sua fedeltà alla
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Ballo and Bello
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Giselle comme ci comme įa
servizio di Athos Tromboni FREE
FERRARA - Il Russian Classical Ballet diretto da Evgeniya Bespalova ha recentemente portato in Italia Giselle, uno dei capolavori più amati del repertorio romantico: le diverse città italiane toccate prima di Ferrara sono state Lecce, Catanzaro e Avezzano. Si tratta di un balletto in due atti, con musiche di Adolphe-Charles Adam (e Ludwig Minkus,
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Opera dal Nord-Ovest
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La Moreno grande Traviata
servizio di Simone Tomei FREE
GENOVA - Continua a riscuotere un grande successo di pubblico la stagione operistica del Teatro Carlo Felice con il quarto titolo in cartellone che rappresenta uno dei capolavori assoluti del repertorio lirico, nonché l’opera più rappresentata al mondo: La Traviata di Giuseppe Verdi. Inserire Traviata in stagione si è rivelata una
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Opera dal Nord-Est
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Ratto un po' in tedesco un po' in italiano
servizio di Rossana Poletti FREE
TRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. Ci sono innumerevoli questioni storiche ne Il Ratto del Serraglio (Die Entführung aus dem Serail) di Wolfgang Amadeus Mozart, in scena al Teatro Verdi di Trieste. C’è la questione del Turco. Soggetto di moda al tempo, perché la paura che fino a qualche tempo prima le invasioni ottomane avevano ingenerato
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Opera dal Centro-Nord
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Chénier un poeta al tempo del Terrore
servizio di Simone Tomei FREE
LUCCA - Al Teatro del Giglio "Giacomo Puccini" è andato in scena il capolavoro di Umberto Giordano Andrea Chénier un dramma che intreccia amore, ideali e morte. Ambientata nella Parigi rivoluzionaria tra il 1789 e gli anni del Terrore, l’opera racconta la struggente storia d’amore tra Maddalena di Coigny, una giovane aristocratica caduta in disgrazia
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Classica
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Saccon Genot Slavėk una meraviglia
servizio di Athos Tromboni FREE
FERRARA - Il Comitato per i Grandi Maestri fondato e guidato dal prof. Gianluca La Villa ha ripreso l'attività concertistica dopo alcuni mesi di pausa: saranno quattro gli appuntamenti fissati per la corrente stagione, il primo dei quali si è svolto ieri, 10 gennaio, nella sede che ospiterà anche gli altri appuntamenti: era la sala nobile del Circolo dei
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Eventi
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Apre Puccini chiude Rossini
redatto da Athos Tromboni FREE
BOLOGNA - Come anticipato nella conferenza stampa di “anteprima” dal sovrintendete Fulvio Macciardi nel luglio dello scorso anno, la Stagione d’Opera 2025 del Teatro Comunale di Bologna proporrà 8 opere in scena e 2 opere in forma di concerto. Le recite si terranno anche per questa stagione al Comunale Nouveau in Piazza della Costituzione 4
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Ballo and Bello
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Lo Schiaccianoci dei rumeni
servizio di Athos Tromboni FREE
FERRARA - Non poteva mancare Lo Schiaccianoci nel periodo delle feste natalizie per il Teatro Comunale "Claudio Abbado". E infatti ecco mobilitato il Balletto dell'Opera Nazionale della Romania per due recite di fine anno a Ferrara (28 e 29 dicembre 2024), recite che hanno praticamente registrato il tutto esaurito. La compagnia rumena, diretta da
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Vocale
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Spotti tra Mendelssohn e Chajkovskij
servizio di Nicola Barsanti FREE
FIRENZE - La Sala Zubin Mehta ospita un concerto sinfonico di grande impatto emotivo e musicale, con il Coro e l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino diretti dal M° Michele Spotti. Il programma accosta due opere di forte suggestione narrativa: Die erste Walpurgisnacht (ossia La notte di Walpurga) di Felix Mendelssohn Bartholdy e la Sinfonia n. 5
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