Pubblicato il 23 Marzo 2025
L'opera capolavoro di Richard Strauss lascia la Grecia antica e approda nella Germania pre-nazista
Elektra nella Repubblica di Weimar servizio di Simone Tomei

20250323_Vr_00_Elektra_scena_111x111_phEnneviFotoVERONA – Nei fermenti intellettuali dei primi anni del Novecento, quando le teorie di Sigmund Freud e gli studi sull'isteria e sull'inconscio scuotevano le fondamenta del pensiero occidentale, il mito degli Atridi subì una profonda umanizzazione; il letterato e poeta Hugo von Hofmannsthal, reinterpretando la leggenda mitologica in chiave psicoanalitica, fece da tramite per una visione inedita del "complesso di Elettra" – definito dallo stesso Freud come l’equivalente femminile del complesso di Edipo – trasformando il dramma in una metafora delle tensioni interiori e sociali di un'epoca in transizione.
In questo contesto la recente messa in scena di Elektra di Richard Strauss, nella regia di Yamal das Irmich, emerge come un audace connubio tra innovazione registica e profonda analisi psicologica. Ambientata nella tumultuosa Repubblica di Weimar (Germania, 1918-1933), la produzione non si limita a ricostruire un periodo storico ma lo trasforma in un palcoscenico simbolico, dove il conflitto tra vecchio e nuovo ordine diventa il fulcro della narrazione. La regia di Yamal das Irmich, con un acume interpretativo raro e una sensibilità quasi palpabile, si addentra nei meandri dell’animo umano, dando voce a tre figure femminili (Elettra, Crisotemi e Clitennestra) che incarnano percorsi di emancipazione e conflitto interiore.
Clitennestra è la madre di Elettra e Crisotemide, e rappresenta un presente angoscioso e decadente: con la tragica decisione di assassinare il re Agamennone, suo legittimo marito – simbolo dell’autoritarismo maschile – la donna ribelle tenta di imporsi, ma si ritrova prigioniera di una colpa che la consuma, relegandola a una reclusione emotiva in compagnia di chiacchieroni e ciarlatani. Al contrario la figlia Crisotemi incarna il desiderio di evadere da quella prigione di angoscia in cui era precipitata insieme a Elettra: lei è bramosa di un futuro in cui possa non solo costruire una propria famiglia, ma anche incarnare un modello di femminilità autonoma e rinnovata.

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Elettra, infine, resta intrappolata nel dramma del passato: bloccata nel trauma dell'assassinio subito dal padre e nell'ambiguità di un rapporto conflittuale con la madre, la sua ossessione di vendicare la morte di Agamennone la paralizza, confidando che Oreste – il figlio prodigo destinato a compiere il matricidio – si assuma il compito di dare un senso a quella propria tragica isteria e al suo desiderio di vendetta.
La scelta di collocare il dramma nella Repubblica di Weimar non è casuale. Questo scenario, teatro di un’esplosione creativa in cui il mondo femminile, per un breve ma intenso periodo, sfidava l’egemonia maschile, diventa la cornice ideale per testimoniare una transizione di poteri. Qui, tra cabaret e rivoluzioni culturali, la donna si fa protagonista non solo nel canto e nella danza, ma anche in ruoli di imprenditoria e partecipazione politica, sebbene tale potere sia destinato a essere riconfigurato – e in parte smantellato – dall’inevitabile ritorno a un ordine ambivalente.
Sul palcoscenico del Teatro Filarmonico di Verona, dopo ventidue anni di attesa, la visione del regista “trasforma” Elektra in uno studio vibrante delle dinamiche interiori e sociali. Con un uso magistrale di luci e spazi scenici curati rispettivamente da Fiammetta Baldisserri e Alessia Colosso, che oscillano tra il reale e l’onirico, il regista riesce a enfatizzare il conflitto interiore dei personaggi, facendone il fulcro di una narrazione che parla tanto al cuore quanto alla mente. La potenza della musica di Richard Strauss, in perenne vorticoso movimento, sembra incarnare quella ricerca costante di un significato che, pur non giungendo mai a compimento, illumina la tragedia di una famiglia divorata dalle proprie contraddizioni.
Questa rivisitazione, che unisce la sensibilità psicoanalitica alla forza rivoluzionaria di una regia moderna - quando è fatta bene e non diventa pretestuosa -, conferma il potere universale dell’opera di Strauss: Elektra non è solo un omaggio alla tradizione, ma diventa il simbolo di un’epoca in cui le dinamiche di genere e il passaggio dei poteri assumono nuovi significati, parlando direttamente alle inquietudini e alle speranze di un presente in continuo divenire.
La direzione musicale del M° Michael Balke si distingue per la capacità di esaltare ogni sfumatura della partitura straussiana, arricchita dalla nuova orchestrazione di Richard Dünser. Ridurre l'orchestrazione di un capolavoro come Elektra rappresenta una sfida titanica, ma Dünser, con una visione audace e raffinata, riesce a preservare la potenza drammatica e la ricchezza timbrica dell'originale, ridisegnando l'equilibrio sonoro in chiave innovativa.
In questa nuova lettura, la scelta di utilizzare un'orchestra sinfonica di dimensioni standard come ha fatto la Fondazione Arena di Verona – pur mantenendo intatta l'intensità espressiva – consente di cogliere dettagli altrimenti inaccessibili. Particolare attenzione è rivolta alla sezione degli archi, che emerge con una lucentezza quasi palpabile, e agli ottoni, arricchiti da sorprendenti interventi della sordina "a tazza", che donano un colore sonoro inedito e contemporaneo. L'introduzione dell'armonium, poi, apre spazi di suggestione, contribuendo a creare un'atmosfera sospesa, dove il passato si intreccia con il presente in un dialogo costante.

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Richard Strauss, con Elektra, aveva già concepito un'opera all'avanguardia, un inno alla modernità che sfida i canoni tradizionali con cromatismi esasperati e una scrittura musicale imponente. Il leitmotiv di Agamennone, una sequenza ossessiva di quattro note, attraversa l'intera composizione, evocando la presenza ineludibile del re del Atridi assassinato; e nel contempo scandisce il senso ineluttabile della tragedia. L'orchestrazione ridotta non solo mantiene la brutalità sonora e la tensione emotiva dell'originale, ma la esalta, rendendo ancora più incisiva la narrazione musicale.
Questa interpretazione, offerta in anteprima in Italia dalla Fondazione Arena, rappresenta un connubio perfetto tra innovazione e rispetto della tradizione. La regia, attenta alla dinamica emotiva dei personaggi, si sposa con la raffinata visione musicale di Balke, creando un palcoscenico in cui ogni strumento racconta una parte della drammatica vicenda degli Atridi. In particolare, la scelta di un'orchestrazione ridotta permette di esaltare i leitmotiv e di mettere in luce le sfumature più intime della scrittura straussiana, offrendo al pubblico un'esperienza d'ascolto intensa e profondamente rivelatrice.
L'interprete femminile di Elektra si impone con una forza vocale e drammatica che definisce il personaggio in modo impeccabile: Lise Lindstrom, scelta di rango per questo personaggio titanico, affronta il ruolo con una determinazione risoluta, mettendo in campo una vocalità piena e costantemente a fuoco, capace di trasmettere un'intensità emotiva che cattura immediatamente l'attenzione dello spettatore. La sua tecnica raffinata le permette di proiettare un canto solido, esaltando ogni sfumatura del testo musicale e dando vita a momenti di intesa profonda che sottolineano il grande appeal del personaggio. La sua presenza scenica, unita a una capacità esecutiva magistrale, conferisce al dramma una dimensione quasi palpabile, rendendo ogni nota un inno alla potenza espressiva della voce.
Parallelamente, Anna Maria Chiuri, nel ruolo di Clitennestra, si distingue per un'interpretazione che va oltre i canoni tradizionali, offrendo una lettura attualizzata e personale del personaggio. La sua modulazione vocale è impeccabile, capace di scendere con naturalezza nei registri più intensi e drammatici, con una coerenza timbrica che pervade ogni rigo musicale. In questo modo, l'interpretazione trasforma il tormento interiore della madre assassina in un'esperienza emotiva profondamente coinvolgente, che riesce a comunicare con efficacia la complessità e la fragilità del personaggio, confermandosi come interprete eccelsa e di rara profondità.
Infine, Soula Parassidis, affidata al ruolo di Crisotemi, offre una performance che, seppur meno incisiva rispetto alle sue colleghe, denota una notevole potenzialità vocale. La sua esecuzione presenta una tendenza a "gonfiare" la prima ottava rendendo poi alcuni passaggi in acuto con un vibrato eccessivo e ne risultano intaccati la linearità e l'autorevolezza. Tale caratteristica, pur conferendo un'impronta personale, evidenzia un margine di affinamento necessario per sostenere pienamente la complessità emotiva del personaggio.
Nel debutto veronese del baritono Thomas Tatzl, per il ruolo di Oreste, si riscontra una prestazione solida, sebbene la sua voce, pur ben equilibrata, manifesti un eccessivo vibrato nella zona acuta che in alcuni passaggi ne intacca la chiarezza.
Al contempo, il tenore Peter Tantsits, che interpreta Egisto, emerge come un interprete sopraffino, capace di donare alla narrazione musicale sfumature vocali di grande raffinatezza ed espressività.
A completare il folto ensemble, si affiancano numerosi giovani artisti emergenti sulla scena internazionale: Nicolò Donini, nel ruolo del Precettore; Anna Cimmarrusti, Confidente attenta e incisiva; Veronica Marini, nel ruolo di Caudataria; Leonardo Cortellazzi e Stefano Rinaldi Miliani, entrambi nei panni dei Servi; Raffaela Lintl, nel ruolo della Sorvegliante; e infine, Lucia Cervoni, Marzia Marzo, Anna Werle, Francesca Maionchi e Manuela Cucuccio, che, con la loro presenza tra le Ancelle, arricchiscono ulteriormente il quadro scenico.
Le voci fuori scena, che rappresentano i Servi e la Corte di Micene, sono affidate al Coro di Fondazione Arena di Verona, diretto dal M° Roberto Gabbiani, la cui resa aggiunge un ulteriore livello di profondità e suggestione all’intera produzione.
In conclusione, questa messa in scena dell'Elektra di Richard Strauss dimostra come l’opera di questo compositore possa ancora parlare con forza al pubblico contemporaneo. La rilettura ambientata nella Repubblica di Weimar e l’orchestrazione rinnovata arricchiscono il dramma senza tradirne l’essenza.

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La direzione incisiva e le interpretazioni vocali di grande livello contribuiscono a un’esperienza teatrale intensa e coinvolgente. Una produzione che non solo omaggia la tradizione, ma la riletta con intelligenza, confermando il potere universale dell’opera di Strauss.
Sala poco affollata ma generosa negli applausi, in un venerdì di inizio primavera.
(La recensione si riferisce alla recita del 21 marzo 2025)

Crediti fotografici: Ennevi Foto per il Teatro Filarmonico-Fondazione Arena di Verona
Nella  miniatura in alto: il soprano
Lise Lindstrom (Elektra)
Al centro e sotto, in sequenza: primi piani e campo lunghi di Ennevi Foto sui protagonisti e sull'allestimento veronese
 





Pubblicato il 22 Febbraio 2025
La riproposta del capolavoro buffo di Gioachino Rossini č la ciliegina giusta sul Carnevale
Vecchio Barbiere sempre nuovo servizio di Nicola Barsanti

20250222_Ve_00_IlBarbiereDiSiviglia_RenatoPalumboVENEZIA - Tornare al Teatro La Fenice per assistere a Il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini in un’atmosfera gioiosa come solo il Carnevale di Venezia sa offrire, è un’emozione unica. Il pubblico, avvolto dalla magia della festa, accoglie con entusiasmo questa produzione che si conferma ancora una volta un successo. La regia tradizionale di Bepi Morassi, già apprezzata nelle scorse stagioni (che potete trovare qui), continua a conquistare per la sua freschezza e per la capacità di esaltare il ritmo comico dell’opera.
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L’intelligente gestione della scena, arricchita da guizzi interpretativi e piccole aggiunte che risultano perfettamente calzanti rispetto al libretto, regalano momenti di autentico divertimento. L’attenzione ai dettagli e il rispetto della tradizione rossiniana si sposano perfettamente con le scene e i costumi di Lauro Crisman, che restituiscono un Barbiere vivace e colorato, in sintonia con lo spirito dell’opera. Le luci di Andrea Benetello, sapientemente dosate, creano atmosfere suggestive e accompagnano con precisione i cambi di registro della narrazione.
Il cast è composto da voci molto interessanti; nel ruolo del Conte di Almaviva, Dave Monaco brilla per il timbro luminoso e la sicurezza nel canto. Affronta con agilità la scrittura rossiniana, dimostrandosi particolarmente efficace nei passaggi più brillanti e nelle colorature. In particolar modo “Cessa di più resistere”, spesso sacrificata, viene eseguita con grande eleganza e padronanza tecnica, trovando ampio favore del pubblico.
Laura Verrecchia è una Rosina perfettamente bilanciata tra dolcezza e determinazione. La sua voce calda e ben proiettata le permette di delineare un personaggio accattivante, capace di ammaliare con grazia e allo stesso tempo di mostrare il carattere risoluto che Rossini le affida. Le agilità nelle pagine più virtuosistiche, come nell’aria “Una voce poco fa”, risultano precise e brillanti, esaltando la sua musicalità e il controllo vocale.
Il Don Bartolo di Simone Del Savio è una delle sorprese più piacevoli della serata. Con un timbro chiaro e una proiezione impeccabile, dipinge un personaggio esilarante e mai sopra le righe, rendendo ogni recitativo scorrevole e vivace. Il suo “A un dottor della mia sorte” è un esempio di fraseggio raffinato e dizione scolpita, valorizzato da una presenza scenica incisiva.
Nel ruolo del factotum di Siviglia troviamo Ludovico Filippo Ravizza, che sfoggia una vocalità sicura e un’energia scenica travolgente. Il pubblico lo acclama già dal suo ingresso con l’iconica “Largo al factotum”, che affronta con disinvoltura e brillantezza, mantenendo sempre il giusto equilibrio tra verve teatrale e precisione musicale. La sua capacità di interagire con gli altri personaggi è uno dei punti di forza dello spettacolo.
Il Don Basilio di Francesco Milanese s’impone per la profondità della voce e l’ottimo fraseggio. Ne “La calunnia è un venticello” si apprezza la naturale dote di passare dai pianissimi insinuanti ai rimbombi minacciosi, il tutto in un crescendo d’effetto.

Ottimi anche i comprimari, fra i quali Giovanna Donadini è regina assoluta distinguendosi nei panni di Berta, regalando un’interpretazione spumeggiante e una vocalità solida nella sua aria “Il vecchiotto cerca moglie”, ma dona anche un importante contributo vocale nei momenti d’insieme. William Corrò e Umberto Imbrenda, rispettivamente Fiorello e lUfficiale, completano con efficacia il cast.
L’Orchestra del Teatro La Fenice, sotto la bacchetta esperta del maestro Renato Palumbo, offre una lettura coinvolgente e raffinata della partitura rossiniana. Il direttore dosa con maestria i volumi tra buca e palcoscenico, mantenendo un perfetto equilibrio tra le voci e l’accompagnamento orchestrale. I tempi vivaci e la cura negli assiemi rendono giustizia alla brillantezza dell’opera, evidenziando la leggerezza e l’ironia che la contraddistinguono.
Una menzione speciale va a Roberta Ferrari, che si distingue al fortepiano nell’accompagnamento dei recitativi, dando loro una vitalità teatrale che contribuisce a mantenere alta la tensione drammatica.

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Infine, il Coro del Teatro La Fenice, preparato dal maestro Alfonso Caiani, si conferma una garanzia di qualità, offrendo un’interpretazione precisa e vibrante.
Questa produzione di Il Barbiere di Siviglia conferma la sua forza e il suo fascino senza tempo, grazie a un cast eccellente, una regia curata e una direzione musicale ispirata. Il pubblico della Fenice, trascinato dal clima festoso del Carnevale, accoglie lo spettacolo con entusiasmo, tra risate, applausi e un’autentica partecipazione emotiva. Una serata di grande teatro musicale che celebra al meglio il genio di Rossini.
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 21 febbraio 2025)

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Crediti fotografici: Michele Crosera per il Teatro La Fenice di Venezia
Nella miniatura in alto: il direttore Renato Palumbo
Sotto, in sequenza: alcuni momenti significativi dell'allestimento curato da Bepi Morassi





Pubblicato il 19 Gennaio 2025
Applausi per lo Singspiel di Mozart messo in scena dal regista Stefanutti e diretto dalla Venezi
Ratto un po' in tedesco un po' in italiano servizio di Rossana Poletti

20250119_Ts_00_IlRattoDalSerraglio_BeatriceVeneziTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. Ci sono innumerevoli questioni storiche ne Il Ratto del Serraglio (Die Entführung aus dem Serail) di Wolfgang Amadeus Mozart, in scena al Teatro Verdi di Trieste. C’è la questione del Turco. Soggetto di moda al tempo, perché la paura che fino a qualche tempo prima le invasioni ottomane avevano ingenerato - si ricordi che erano arrivate fino a Vienna, superando gli avamposti di serbi e croati, servi fedeli dell’impero, incapaci di contenerli - sono ormai scomparse. Per il Pascià Selim ci si aspetterebbe un personaggio crudele e vendicativo, invece Mozart ne fa un emblema di onestà e correttezza, un monito agli europei che l’hanno maltrattato, ai quali risponde con garbo. Per accontentare poi l’idea che ancora aleggiava dell’orientale selvaggio e brutale, ecco allora in scena Osmin, il burbero guardiano dell’harem che minaccia ad ogni passo di impalare, infilzare, sterminare qualunque cristiano si avvicini: il truculento che si fa comunque rabbonire da una giovinetta inglese e ubriacare dai due protagonisti della vicenda, Belmonte e Pedrillo. Non manca una suffragetta in anticipo sui tempi. La giovane Bionda accampa le sue origini inglesi, che le conferiscono dignità di libertà e indipendenza, e siamo appena a fine Settecento.
La famiglia di Mozart si è trasferita nella casa di Makartplatz, dove vissero dal 1773 al 1787, trasformata in museo; la cosiddetta Casa del maestro di ballo, chiamata così perché a partire dal 1711 Lorenz Spöckner impartiva lezioni di ballo ai nobili, per prepararli alla vita di corte. La casa natale di Getreidegasse era diventata troppo piccola per i ricevimenti di società dopo il terzo viaggio di Mozart a Vienna.
Nel 1781 Mozart vive però prevalentemente nella capitale austriaca, che gli permette di incontrare artisti e gli offre molte risorse. Gottlieb Stephanie ha appena scritto un libretto, a sua volta ripreso da un lavoro di Christoph Friederich Bretzner, che si incentra sulla storia del Turco generoso.

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Quando pochi mesi dopo il conte Franz Xaver Wolf Rosemberg-Orsini, direttore degli spettacoli di corte, chiede a Mozart di realizzare un'opera in lingua tedesca, il compositore pretende da Stephanie una profonda revisione del lavoro, per ottenere un'opera che abbia una drammaturgia meno “leggera” dell'originale. Dopo circa un anno libretto e opera musicale trovavano la conclusione, venendo rappresentata al Burgtheater di Vienna il 16 luglio 1782. Fu un successo di pubblico e di repliche.
È la prima operetta probabilmente della storia, uno Singspiel da cui quasi un secolo dopo originarono i lavori di Offenbach, Suppè e Strauss. La musica è condita da molti passaggi recitati, la storia è piena di intrighi, rapimenti, sotterfugi, innamoramenti con lieto fine garantito: due coppie di soprani e tenori, la nobile più romantica, la popolana più vivace e vera; un basso feroce e a parole sanguinario, che finirà per essere l’unico sconfitto nell’intreccio amoroso. Belmonte ama Costanza e il suo servitore Pedrillo la servetta Bionda. Selim ha come guardiano dell’harem il burbero Osmin. Le due giovani vengono rapite dai pirati e condotte dal Pascià che si innamora perdutamente di Costanza, mentre affida Bionda al suo guardiano. Pedrillo e Belmonte vanno alla ricerca delle due amate, il primo finalmente le trova nella casa al mare di Selim, riesce a introdursi e successivamente fa accettare anche il suo padrone, facendolo passare per un valente architetto. Il piano strategico di fuga in nave fallisce, ma alla fine Selim concederà loro la libertà lasciando a bocca asciutta il povero Osmin. Ben eseguito e brioso il finale di commiato con un vaudeville dei quattro amanti che si congedano grati.
Lo Singspiel Il Ratto del Serraglio in scena al Teatro Verdi di Trieste è cantato in tedesco e recitato in italiano, ha molti punti di forza, tra questi le scene e i costumi bellissimi. Tutto molto colorato brillante, i toni del blu, le sfumature del mare che si riflettono nei lussuosi abiti di Costanza, il bianco sfolgorante del coro, i turbanti, i mantelli del Pascià cesellati d’oro e pietre. Le scene mostrano prima l’ingresso presidiato della sontuosa casa del turco, poi l’interno riccamente drappeggiato, ricordano le favole delle mille e una notte. Regia, scene e costumi sono firmati dal regista Ivan Stefanutti, mentre le luci sono di Emanuele Agliati.

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Gli artisti impegnati sono perfetti, cantano con maestria, si muovono e recitano con appropriatezza, se si esclude qualche accento straniero, difficilmente eliminabile.
Briosa la sfacciata interpretazione di Maria Sardaryan nel ruolo di Blonde, piccola e impertinente anche nella voce.
La presenza fisica imponente di Andrea Silvestrelli, affianco alla voce poderosa e una recitazione impeccabile, hanno reso il personaggio di Osmin una delle figure migliori in scena.
Senza nulla togliere a Ruzil Gatin (Belmonte) e Anna Aglatova (Costanza) che hanno con belle voci e buona tecnica interpretato i difficili ruoli mozartiani.
Marcello Nardis palesa una verve perfetta per il ruolo del servo Pedrillo; Giulio Cancelli rende il personaggio di Selim molto credibile, i suoi toni autoritari sembrano sempre far credere in un finale terribile che invece si scioglierà in amabile condiscendenza e cortesia.
La direzione dell’Orchestra del Verdi è affidata alla star del momento, la giovane Beatrice Venezi, su cui per qualche giorno si sono concentrati gli strali di appassionati della lirica, rea di aver abbandonato la prova generale per dirigere al Politeama Rossetti un concerto di musical. Probabilmente ci sono stati accordi precisi su questo, ma i melomani non hanno gradito. Bionda e leggiadra ha diretto con leggerezza i tre atti dell’opera, ricevendo alla fine, come tutti, gli applausi del pubblico. Due sono le presenze del Coro, previste dalla partitura per Il Ratto del Serraglio, entra ed esce nel primo e terzo atto, ben diretto da Paolo Longo.
(La recensione si riferisce alla recita di venerdì 17 gennaio 2025)

Crediti fotografici: Fabio Parenzan per il Teatro Lirico "Giuseppe Verdi" di Trieste
Nella miniatura in alto: il direttore Beatrice Venezi
Sotto, in sequenza: belle istantantanee di Parenzan su Il Ratto dal serraglio andato in scena a Trieste






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Giselle comme ci comme įa
servizio di Athos Tromboni FREE

20250122_Fe_00_Giselle_JeanCoralliFERRARA - Il Russian Classical Ballet diretto da Evgeniya Bespalova ha recentemente portato in Italia Giselle, uno dei capolavori più amati del repertorio romantico: le diverse città italiane toccate prima di Ferrara sono state Lecce, Catanzaro e Avezzano. Si tratta di un balletto in due atti, con musiche di Adolphe-Charles Adam (e Ludwig Minkus,
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Opera dal Nord-Ovest
La Moreno grande Traviata
servizio di Simone Tomei FREE

20250120_Ge_00_LaTraviata_CarolinaLopezMorenoGENOVA - Continua a riscuotere un grande successo di pubblico la stagione operistica del Teatro Carlo Felice con il quarto titolo in cartellone che rappresenta uno dei capolavori assoluti del repertorio lirico, nonché l’opera più rappresentata al mondo: La Traviata di Giuseppe Verdi.
Inserire Traviata in stagione si è rivelata una
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Opera dal Nord-Est
Ratto un po' in tedesco un po' in italiano
servizio di Rossana Poletti FREE

20250119_Ts_00_IlRattoDalSerraglio_BeatriceVeneziTRIESTE - Teatro Lirico “Giuseppe Verdi”. Ci sono innumerevoli questioni storiche ne Il Ratto del Serraglio (Die Entführung aus dem Serail) di Wolfgang Amadeus Mozart, in scena al Teatro Verdi di Trieste. C’è la questione del Turco. Soggetto di moda al tempo, perché la paura che fino a qualche tempo prima le invasioni ottomane avevano ingenerato
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Opera dal Centro-Nord
Chénier un poeta al tempo del Terrore
servizio di Simone Tomei FREE

20250118_Lu_00_AndreaChenier_AndreaCigniLUCCA - Al Teatro del Giglio "Giacomo Puccini" è andato in scena il capolavoro di Umberto Giordano Andrea Chénier un dramma che intreccia amore, ideali e morte. Ambientata nella Parigi rivoluzionaria tra il 1789 e gli anni del Terrore, l’opera racconta la struggente storia d’amore tra Maddalena di Coigny, una giovane aristocratica caduta in disgrazia
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Classica
Saccon Genot Slavėk una meraviglia
servizio di Athos Tromboni FREE

20250111_Fe_00_ConcertoSacconGenotFERRARA -  Il Comitato per i Grandi Maestri fondato e guidato dal prof. Gianluca La Villa ha ripreso l'attività concertistica dopo alcuni mesi di pausa: saranno quattro gli appuntamenti fissati per la corrente stagione, il primo dei quali si è svolto ieri, 10 gennaio, nella sede che ospiterà anche gli altri appuntamenti: era la sala nobile del Circolo dei
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Eventi
Apre Puccini chiude Rossini
redatto da Athos Tromboni FREE

20250120_Bo_00_StagioneOpera_FulvioMacciardiBOLOGNA - Come anticipato nella conferenza stampa di “anteprima” dal sovrintendete Fulvio Macciardi nel luglio dello scorso anno, la Stagione d’Opera 2025 del Teatro Comunale di Bologna proporrà 8 opere in scena e 2 opere in forma di concerto. Le recite si terranno anche per questa stagione al Comunale Nouveau in Piazza della Costituzione 4
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Ballo and Bello
Lo Schiaccianoci dei rumeni
servizio di Athos Tromboni FREE

20241231_Fe_00_LoSchiaccianoci_MariusPetipaFERRARA - Non poteva mancare Lo Schiaccianoci nel periodo delle feste natalizie per il Teatro Comunale "Claudio Abbado". E infatti ecco mobilitato il Balletto dell'Opera Nazionale della Romania per due recite di fine anno a Ferrara (28 e 29 dicembre 2024), recite che hanno praticamente registrato il tutto esaurito. La compagnia rumena, diretta da
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Vocale
Spotti tra Mendelssohn e Chajkovskij
servizio di Nicola Barsanti FREE

20241231_Fi_00_ConcertoMicheleSpottiFIRENZE -  La Sala Zubin Mehta ospita un concerto sinfonico di grande impatto emotivo e musicale, con il Coro e l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino diretti dal M° Michele Spotti. Il programma accosta due opere di forte suggestione narrativa: Die erste Walpurgisnacht (ossia La notte di Walpurga) di Felix Mendelssohn Bartholdy e la Sinfonia n. 5
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